Mostra Ottobre Rosso: all’inaugurazione del 25 Ottobre 2017, giornata del centenario della Rivoluzione Russa, ho avuto modo di incontrare e conoscere Nanni Balestrini (classe 1935).

Grande poeta, romanziere e figura di spicco negli anni ’60 all’interno della Neoavanguardia, nonché dei poeti “Novissimi” e del “Gruppo 63″. Politicamente impegnato, ha determinato la nascita di riviste culturali quali «Il Verri», «Quindici», «Alfabeta», «Zoooom». Artisticamente, è stato il primo in Italia a “costruire” poesie per mezzo del computer. La prima poesia concretaTape Mark 1 (1961), prende il nome per l’appunto dal modello di computer che l’ha composta. Balestrini ha esposto in numerose gallerie e manifestazioni in Italia e all’estero, tra cui spiccano la Biennale di Venezia (1993) e dOCUMENTA Kassel (2012). Si posiziona tutt’ora fra i massimi esponenti dell’arte visiva contemporanea.

In questa intervista parliamo della sua prassi tecnico-artistica tenendo conto di temi ed importanti eventi storici che hanno segnato il suo percorso.
Si va poi oltre l’esposizione in questione, per collegarci ad opere dalle tecniche differenti, quali Tristanoil (video) e la già accennata Tape Mark 1.
Ma qui fondamentale è il punto di vista critico dell’autore stesso, riferendosi alla realtà artistica contemporanea.



Parliamo di comunicazione. Nelle sue opere poetiche utilizza la tecnica del “cut-up”: ritaglia parole, frasi di giornali e le riassembla, alla ricerca di un linguaggio fatto di forme e simboli da rivolgere al pubblico.

Qual è l’effetto che vuole creare? Vuole sollecitare lo spettatore ad adottare un punto di vista differente?

Da una parte la poesia è un’interazione della prosa. Anche Dante scompagina la sintassi, ma perché fa questo? Non soltanto per una questione di ritmo, di rime, ma perché scombinando l’ordine delle parole possono emergere significati nascosti.
Davanti a una prosa, a un testo scritto in modo lineare, il lettore comprende e assimila. Ma di fronte ad una figura alterata, così disassemblata, così scomposta, viene immediatamente colpito.
Con le mie poesie io cerco di far urtare fra di loro le parole, facendo in modo di rompere i significati e la colla di tutti i significati, che è la sintassi.

Attraverso la mostra Ottobre Rosso, lei considera la provocazione che le immagini e le simbologie possono suscitare? O si tratta piuttosto di un’indagine semantica?

In realtà, quello che a me importava era dare luogo ad una celebrazione di una Rivoluzione che ha trasformato la società, non solo in senso politico o sociale, ma che ha anche portato ad un potente rinnovamento delle sue “sovrastrutture”, cioè la cultura e le arti: per tutto l’Ottocento, infatti, in Russia non c’è stata una ricerca artistica sperimentale, sotto la Monarchia assoluta. Non esistevano i movimenti artistici come a Parigi o in Germania: questo era ancora purtroppo impensabile.
Improvvisamente, senza un passaggio, verso il ‘900 si cercò di essere paralleli agli altri paesi sul piano culturale. I pittori non avevano una loro tradizione artistica, ma cercarono di seguire ciò che succedeva all’estero. Difatti, artisti come Kandinskij e Malevic iniziarono ad essere considerati a livello internazionale e non più solamente nel proprio paese.
Questa rottura di linguaggi, nell’arte visiva o nella musica, diventa responsabile dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Che approccio adotta nella costruzione dei collage? Letteratura e arte sono medium equivalenti nel processo?

Dipende, a volte si avvicinano, altre volte si allontanano. Anche sul piano storico è così: accadde in Italia o in Germania, sebbene durante il fascismo i movimenti artistici fossero tollerati, anche se arrivarono poche cose e in ritardo. In generale possiamo dire che, soprattutto in Italia, l’arte e la musica internazionali si diffusero più velocemente e senza difficoltà, dovuta alla mancanza dell’ostacolo della lingua straniera, che invece si presentava necessariamente nel caso della letteratura. Per questo motivo tale distribuzione “non scritta” apparve in un certo senso acquisita naturalmente.
Personalmente ho cercato di arrivare ad un ricongiungimento tra arte e poesia: ho cercato di mettere insieme i poeti, gli artisti e i personaggi che hanno contribuito alla Rivoluzione. Sono state tutte figure contemporanee: Majakovskij (artista, scrittore e drammaturgo) e Lenin in questo senso utilizzano lo stesso linguaggio, ovvero quello propagandistico e letterario.

C’è qualcosa che le è stato di ispirazione nella sua produzione artistica ed in particolare nella scelta del collage?

La poesia visiva (come veniva chiamata inizialmente) mi interessava per dare una differente continuità sintattica alle parole. In questo contesto, oltre a riappropriarmi di dipinti e stampe di questi artisti e personaggi russi, ho sparpagliato in uno stesso spazio le stesse parole che di solito in una pagina troviamo lungo una linea, considerando che tutto sommato le parole contenute in una pagina non sono altro che un’enorme linea, che per limite del foglio si divide in tante righe.
A me interessava un linguaggio che, come quello pittorico, componesse esso stesso lo spazio: attraverso un dipinto, l’occhio dello spettatore si muove nello spazio ed è colpito dai differenti piani della composizione e dagli elementi che vi si trovano.
Con l’occhio puoi percepire la dimensione, ed allo stesso modo, nelle mie composizioni di frasi, si è colpiti da parole poste prima in alto, a destra, poi a sinistra, e si adotta così una lettura trasversale dell’opera, e penso sia l’esatto approccio dinanzi a un’osservazione di un quadro.
Ciò abilita inoltre a diverse assimilazioni: tramite questo smistamento di parole si amplificano i significati, perché si dà più impatto, maggiore ricchezza e intensità visiva al messaggio e diversa è l’interpretazione di ogni spettatore.
Ognuno coglierà una diversa sfumatura, ma anche in questo caso essa sarà più immediata, più forte, per l’istantaneo effetto visivo.

 

Come figura estremamente poliedrica, oltre ad aver scritto molto e sperimentato con l’arte visiva, ha anche realizzato opere digitali, citando Tristanoil Tape Mark 1. A questo proposito, che rapporti ha con la tecnologia? Cosa ne pensa di Internet e della proliferazione di immagini?

Penso che tutte le tecnologie siano cose magnifiche che cambiano la vita, penso siano degli sviluppi molto utili. L’importante è sempre trarne buon uso, perché oggi abbiamo un grande bisogno di Internet e delle tecnologie. A volte sembra che queste ci rovinino tutto, ma è solamente perché nella maggior parte dei casi vengono utilizzate male.
Nemmeno nell’arte possiamo dire che vengano usate in maniera efficace, ed è perché le nuove tecnologie si concepiscono solo a livello estetico, come strumenti che offrono cose veloci, belle e nuove. Un esempio lo abbiamo nella videoarte, ormai largamente utilizzata e sperimentata fin dalla sua nascita, verso gli anni ’70: in quel periodo tutti i pittori si sono messi a fare videoarte. Ma di questi video-artisti rimangono tre o quattro nomi, perché è sempre più difficile utilizzare questo tipo di linguaggio. La tecnologia offre infinite possibilità, e ne consegue che bisogna essere realmente abili per produrre qualcosa di interessante, e che in quanto arte permanga nel tempo, come abbiamo visto con i successi dell’ampia produzione pittorica.
E’ indubbiamente importante ed utile utilizzare la tecnologia, ma bisogna essere consapevoli delle difficoltà intrinseche, evitando di rimanere incantati dal fascino delle sue principali funzionalità e potenzialità.

Ricollegandoci alla domanda precedente, nella “costruzione” di Tape Mark 1, come sorge la scelta dell’utilizzo del computer (che a quel tempo si chiamava “calcolatore elettronico”)?

Come nella poesia, la combinazione è una delle cose principali. E’ tutto un assemblaggio. In questo caso ho affidato il mio compito alle macchine e poi ho ricavato il risultato.
Sono cose che avrei potuto fare benissimo a mano, ma con il problema di impiegarci qualche anno. Mentre questa rapidità mi ha permesso di comporre un grandissimo numero di combinazioni in momenti brevi. Ma il risultato finale spetta sempre a me sceglierlo. E per me non è un risultato casuale: c’è chi crede nel caso caotico, ma a me piace il caso ordinato, ragionato.

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Approfondisce e tratta spesso tematiche sociali e storiche: in questo contesto (la mostra Ottobre Rosso) lo fa anche per cercare in qualche modo di scuotere certi ideali?

A me interessano più i segni che i significati. Arte e musica sono fatti di segni e di suoni che acquisiscono significato solo combinandoli insieme. Ma la letteratura acquisisce significato anche frammentandola, attraverso ogni segno o una sola lettera: malgrado tutti gli sforzi per farli scomparire, anche attraverso una virgola o un punto che rimane, i significati ci sono!
In questa scelta artistica io scelgo e prediligo i significati che mi appassionano di più. Ed è lo stesso criterio che ho utilizzato nei miei racconti di avvenimenti politici e sociali degli anni ’70: dall’inizio della mia carriera io scelgo di parlare di temi che mi danno emozioni, cercando di trasmetterle ad altri.
A differenza delle varie letture saggistiche, non voglio cercare di dimostrare o convincere nessuno, bensì voglio rappresentare cose che, come in tutta l’arte, trasmettono emozioni, non solo idee.

Vuole dire qualcosa alle nuove generazioni? Ha speranza in una sorta di rivoluzione?

Non ho qualcosa da dire in particolare, questa mia celebrazione è dedicata ad una delle tappe fondamentali nella storia dell’umanità, senza per questo escludere le altre rivoluzioni.
Si parte da una situazione che barcolla e cambia, ma che non si trasforma subito: una rivoluzione non è un qualcosa che, come si suol pensare, accade in un istante. Al contrario, è composta da tracce, segni che conducono a qualcosa, che indicano una direzione su come debba essere il futuro.
La rivoluzione è un segnale che per scoppiare ha bisogno del suo tempo: ci metterà anche un secolo o due per mutare, come accaduto con la Rivoluzione Francese.
Avviene sempre così: quando un cambiamento appare necessario, sembra poi esplodere all’improvviso, sembra che ad un certo punto tutto si agiti. Ma in realtà, come successo nel ’68, si è avuto un cambiamento dato dai singoli passi: in seguito alla rivolta, solo dal ’77 si è reso più visibile concretamente tutto quello che si connotava come cambiamento, e ha investito tutti gli ambiti: dalla famiglia al lavoro, dalla cultura ad un progresso nella questione della parità dei sessi. Si tratta però di un percorso lento, dato da tutti gli avvenimenti precedenti, dalle ideologie “passate”, perché è dal passato, dalle radici, che può svilupparsi un futuro.
La rivoluzione è composta da tutto quello che accade nel mentre.

A cura di Martina Salerno
Fondazione Mudima – Milano, 27 Ottobre 2017


PHOTO CREDITS

Copertina – Nanni Balestrini, Marc Chagall, Il viaggiatore, 1919-20, “Una rivoluzione è una lotta tra il futuro e il passato”:Espoarte
Nanni Balestrini:Literary Hub

Nanni Balestrini. Ottobre Rosso, 2017. Fondazione Mudima. Immagine da manifesto comunista; testo tratto da un discorso di Lenin.: Pinterest

Courtesy Fondazione Mudima:
Nanni Balestrini. Ottobre Rosso, 2017. Fondazione Mudima. Kazimir Malevič, Ragazze nel campo (1928-29); testo di Majakovskij
Courtesy Fondazione Mudima:
Nanni Balestrini. Ottobre Rosso, 2017. Fondazione Mudima. Immagine di propaganda comunista; testo di Majakovskij.

Nanni Balestrini, Tape Mark I (1961), Combinatory/Computational text generation (serie):
garadinervi.tumblr.com

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