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Cosa succede se si smontano i preconcetti?
Susanne Kutter pone un fermo immagine alla realtà quotidiana e ad ogni situazione domestica, per poter rispondere alla domanda.

L’artista, nata a Wernigerode (ex Germania Est) nel 1971, emigra in Germania Ovest undici anni dopo, e da questo evento inizia ad elaborare una propria ricerca artistica. Ma, a quanto afferma in varie interviste, le sue prime riflessioni sulla perdita e sul cambiamento sono una base, anche se non fondamentale.
Dagli anni ’90, infatti, ad esse affianca temi quali la distruzione, l’opposizione tra ordine e caos, le catastrofi fisiche. E pur impostando una ricerca sullo “sconcertante”, il lavoro prende forma entro contesti calmi, formali e rassicuranti.
Nei suoi lightbox, fotografie di ambienti e interni domestici retroilluminate, entriamo in contatto con atmosfere che, se di primo acchito ci appaiono quanto più fedeli al reale, in un secondo momento si scoprono perturbanti, kafkiane.
Ed osservandole dal vivo, comprendiamo la messa in scena: le fotografie stesse non sono altro che scatti di vedute interne di scatole poggiate su piedistalli, anche questi ultimi fatti di cartone e a prima vista pericolanti.

La scatola è in questo caso un feticcio, il prototipo di un palcoscenico sgangherato: gli elementi e gli arredi delle minuscole stanze sono fuori scala, e c’è sempre qualcosa di destabilizzante attorno, come insetti in agguato che, in proporzione al modellino, paiono ingigantiti. Ogni pezzo è frutto di un trucco che palesa la sua volontà di destabilizzarci, proiettandoci in uno spazio irreale e anacronistico.

La serie di vasi dell’artista, tra cui Enma e Big China (2018), elabora un’altra possibilità morfologica sul concetto di realtà instabile e transitoria, mettendo qui in luce in modo più sintetico e immediato la materializzazione di un istante. Così precari, i vasi sono congelati nel tempo, come impostati in pausa, suscitando in noi la percezione che tutt’a un tratto possano caderci addosso. È un complesso di opere che gioca, come i lightbox, sulla percezione di un’incombente dissoluzione di sicurezza e stabilità, che coglie impreparati.


Il video Die Zuckerdose (La Zuccheriera, 2011) si spinge oltre, intensificando la resa di un ritratto di tranquillità “demolita”, nel senso letterale del termine.
Nel finale (non visibile nel video) verrà nuovamente smascherato il meccanismo di finzione, mostrando direttamente il lavoro dietro le quinte: scena che attribuirà all’opera un maggior impatto, donando allo spettatore una visione disillusa ed al contempo affascinata, di fronte all’ingannevolezza della catastrofe.

E’ così che un evento disastroso smonta tutti i preconcetti: vengono travolte le aspettative, violate le norme, svelate alla base le contraddizioni intrinseche alle artefatte rigidità di un sistema.
Nel rendere idea, l’artista provvede ad adottare una visione anarchica e libera da tutti i condizionamenti e criteri artistici: non rispetta le regole di costruzione dei modellini, non presta attenzione agli eccessi di colla sotto i vasi, e tanto meno ad elementi tecnici dei video che, in un classico montaggio, guasterebbero la qualità. E fa questo perché vuole giocare con la realtà, evitando di crearne ulteriori riproduzioni mimetiche, e in modo da rivelarne l’ossatura.
Il più piccolo frammento di qualcosa di più grande, come di una statua o un lampadario, ci fa riflettere oltre il visibile, toccando il percorso ontologico dell’oggetto stesso e la sua storia.
Un’immagine tridimensionale, vivida e cristallizzata nel tempo, dalla sua forma originaria che pareva essere eterna, riappare, in ogni suo tassello, su una parete: è un messaggio istantaneo, che sceglie di andare oltre i medium artistici convenzionali, optando per strutture che rifiutano una catalogazione ben definita.

L’artista mette sin da subito in chiaro allo spettatore che l’opera è un elemento costruito e quindi tangibile, immanente, e che esiste in funzione di se stesso. Perché dietro ad uno scenario abbattuto, possiamo scovarvi il leitmotiv di quelle stesse iniziali riflessioni sulla perdita e sul cambiamento che, rischiarate dallo stupore e dalla bellezza, si plasmano in puro oggetto di meditazione.


di Martina Salerno.

PHOTO CREDITS

(Cover) arteculturaok.blogspot.com Susanne Kutter. Über Stock und über Steine…, 2018. 60 x 80 x 18 cm.

Courtesy Maab Gallery
dal catalogo 
© Maab Gallery,“Susanne Kutter. Lost in the Middle of the Street”, a cura di Gianluca Ranzi:

Susanne Kutter. Im Parkhaus, 2009. Cartone, farfalla mummificata e luce. 12 x 30 x 49 cm. Veduta interna e veduta esterna;

Susanne Kutter. Set per le riprese e al termine delle riprese del video Die Zuckerdose. Magazzino del porto della città, Lünen, 2011;

Susanne Kutter, Herrn Orleanders großer Auftritt, 2015. Legno, parquet, lampadario, cavo elettrico, resina. 160 x 140 x 45 cm.

Susanne Kutter, Herrn Orleanders großer Auftritt, 2015. Installazione. Galerie Hengesbach, Wuppertal, 2017

rasche-ripken.de: Susanne Kutter. Big China, 2018. Legno, porcellana e resina. cm 25 x 75 x 39
canalearte.tvSusanne Kutter. Enma, 2018. Legno, porcellana e resina. cm 24 x 70 x 33
arteculturaok.blogspot.com Susanne Kutter. Über Stock und über Steine…, 2018. cm 60 x 80 x 18
L’art écrit Susanne Kutter, Mary Had Enough, 2017. Ceramica, legno, resina e bicchieri di vetro. cm 60 x 60 x 16

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