Gino di Maggio è un curatore che, dalla fine degli anni ’60, contribuisce al progresso sociale, civile e culturale del territorio italiano.
Tra Parigi e New York, all’inizio della sua carriera ha colto l’occasione di portare alla nostra conoscenza diretta artisti come Marcel Duchamp, Nam June Paik, Yoko Ono, Allan Kaprow: giusto qualche nome di chi ha esposto in Fondazione Mudima (link), spazio da lui diretto dove convergono arte contemporanea e ricerca musicale, dando valore e visibilità ad artisti affermati ed emergenti.

Un luogo quindi in costante fermento, che coincide con una fiorente attività di promozione culturale: il cuore pulsante di Mudima, in costante divulgazione attraverso molteplici iniziative. La conosciamo tra conferenze e presentazioni, concerti, o con il recente Mudima Lab dedicato alla fotografia, ma soprattutto per mezzo della rivista alfabeta2 (link): il sequel di una storia importante, nata da un precedente alfabeta di autori illustri.

Lo intervisto in un pomeriggio nell’ambito della mostra “Ascoltare con gli occhi”, tenuta in ricordo di Daniele Lombardi (1978-2018), caro amico di Gino di Maggio per 40 anni, scomparso nel marzo scorso.
Guardando – e ascoltando – i suoi dipinti musicali, non solo veniamo a conoscenza di un grande pittore e musicista, ma siamo resi meglio partecipi di un realtà artistica che, di fatto, sussurra il proprio talento, arrivando prima di tutto agli orecchi più fini.



(Martina Salerno) Questa mostra dedicata a Daniele Lombardi riveste una grande importanza, specialmente per tutti voi della Fondazione.

(Gino di Maggio) Questa è una mostra che abbiamo voluto dedicare a un artista molto particolare, che non è stato solo questo, ma anche in qualche modo una colonna per la Fondazione Mudima. È stato un grande musicista, un eccellente pianista e, secondo mio giudizio, un grande pittore.
È sempre importante ricordare gli amici, ma anche segnalare al pubblico – che non sempre è molto attento al percorso di ricerca di molti artisti – quello che Daniele ha fatto: opere meravigliose, particolarissime, in un linguaggio nuovo. E anche le pitture sono particolari, astratte, perché lui dipingeva il suono, concentrato in dipinti.
Ci è sembrato non solo giusto ma anche bello poterlo ricordare, per quanto questa mostra sia un pezzettino del grande lavoro che ha voluto fare negli ultimi 40 anni.

(M. S. ) Passando a guardare questo spazio, come nasce la Fondazione Mudima, strutturalmente parlando?

(G. M.) La Fondazione nasce da un’attività ventennale precedente, prima con il nome Galleria Multipla e prima ancora con la Galleria Breton. Dagli anni ’70 facciamo eventi culturali, identificabili periodicamente nel nome che abbiamo assegnato.
Questa è una struttura che negli anni ’70/’80 era appartenuta a una famiglia che per varie ragioni si è dispersa. Quindi siamo riusciti a comprare questo edificio particolare che, visto dall’esterno, sembra normale.
Qui dentro si vendeva il vino, i fratelli e le sorelle di quella famiglia facevano il vino proprio qui sotto, nel piano interrato, che era un rifugio antiaereo durante la guerra. Mentre lì, ora, c’è lo straordinario Environment realizzato da Wolf Vostell, nel 1976.
Poi noi, con l’aiuto di artisti e architetti, abbiamo ridisegnato la struttura: Cy Twombly, ad esempio, ha realizzato la spaccatura tra il primo e il secondo piano.
L’obiettivo è stato quello di rendere l’edificio funzionale alla presentazione di mostre ed anche, in parte, a concerti e incontri con il pubblico.
Esistiamo dall’89, ovvero da quando la Regione Lombardia ha riconosciuto il ruolo della Fondazione, e così stiamo andando avanti.

(M. S. ) Che rapporti ha la Fondazione con la città di Milano e con le istituzioni?

(G. M.) Non ho molti rapporti. Credo che, francamente, siamo un “brand” riconosciuto sia a livello locale che internazionale, senza che interagiamo molto con le istituzioni.
Ci abbiamo provato negli anni ’90: abbiamo tenuto molte mostre a Palazzo Reale e manifestazioni in giro per la città, come quella della “Festa di un altro mondo” a Quarto Oggiaro, nel ’96. Erano sempre tutte di iniziative di grande rilevanza.
Ma, in effetti, non abbiamo registrato un grande spirito di collaborazione da parte delle istituzioni nei nostri confronti. Di conseguenza, noi stessi abbiamo scelto di essere totalmente indipendenti e autonomi, quindi di agire con le iniziative del tessuto urbano, con soddisfazione del bacino di utenza della città.
Tuttora non interagiamo né con le attività regionali, né con quelle comunali.

(M. S.) Tramite Mudima, lei ha fatto sì che qui in Italia si venisse a conoscenza di molti dei grandi artisti del ‘900, e soprattutto, degli artisti Fluxus.

(G. M.) Io ho lavorato per primo, o per meglio dire per secondo, in Italia, sul movimento Fluxus.
Prima di me c’era stato un grande evento alla GAM di Torino nel ’67, organizzato da Ugo Nespolo e Ben Vautier, a cui aveva partecipato Gianni Emilio Simonetti. Successivamente, ci sono stati anche altri eventi organizzati da Simonetti, Sassi, Albergoni ed altri miei amici, alla Multipla in Piazzale Martini.
Andando in giro per il mondo ho potuto conoscere e portare qui molti artisti Fluxus, ma prima, sono passati alla Multipla.

(M. S.) Come ha gestito e curato le gallerie precedenti? E cosa si contraddistingue, ora, in questa Fondazione?

(G. M.) Non ho mai gestito una galleria: la Galleria Breton si chiamava “galleria”, ma di fatto era un centro culturale, così anche la Galleria Multipla.
Sulla Breton era nata una grande polemica con Arturo Schwarz, che ci proibiva di chiamarci Galleria Breton, pensando che volessimo usare il nome del grande poeta surrealista per fare commercio. Avendogli poi spiegato le vere intenzioni, ce l’ha fatto usare. E disse che, da quel momento in poi, noi saremmo stati gli unici a poter operare con il nome di Breton.
Sul piano curatoriale, Schwarz trattava mostre di artisti russi avanguardisti. La nostra Fondazione parte sì dalle avanguardie, ma abbiamo trattato prevalentemente Fluxus, Nouveau Réalisme, e abbiamo anche esposto opere di russi contemporanei. Per 30 anni siamo andati avanti più o meno così.
Una cosa che ci distingue però è questa: noi non facciamo mai cose alla moda, che abbiano un grande ed apparente successo, infatti esponiamo anche artisti minori, ma che per noi hanno una forte valenza culturale. Credo che siamo rispettati appunto per questa libertà che abbiamo di scegliere.

(M. S.) Riguardo alla fitta attività di promozione culturale che svolgete, ci parli della rivista alfabeta.

(G. M.) Io ero amico di George Brecht, uno dei grandi artisti di Fluxus. Quella sera lo avevo ospitato all’Hotel Manzoni qui a Milano, dove abbiamo cenato e chiacchierato fino all’alba, alle 5.30.
E ad un centro punto, io a George dissi che, dopo tutte quei discorsi, quella “follia notturna” in cui avevamo discusso di mille cose, ci sarebbe voluto un testo, uno strumento, come una rivista, per poterle comunicare.
Così iniziammo a pensarci. In quel preciso momento lui aveva davanti a sé, sul tavolo, due pacchetti di sigarette Alfa (non più in commercio), con il simbolo della lettera. È stato guardandoli che nacque il nome della rivista. Balestrini da subito approvò il titolo, quindi pensò a sistemarla. Di questa edizione degli esordi ne sono usciti cinque numeri.
Dal punto di vista iconografico, le copertine erano molto sfacciate. Una l’ha disegnata Vostell:

Copertina di alfabeta dell’edizione esordiente, disegnata da Wolf Vostell.

A questa edizione seguì una seconda alfabeta di centododici numeri, e l’attuale terza edizione è di quarantatré numeri. Si chiama alfabeta2 per ripetere il modello di questa, ma comunque gli obiettivi della rivista sono rimasti gli stessi da allora: alfabeta vuole condensare i processi culturali in un percorso interdisciplinare, attraverso filosofia, letteratura, cinema, arte.
La primissima edizione era più marcatamente evidente, avendo un’impaginazione più libera. Mentre le alfabeta successive vincolavano dal punto di vista delle immagini: usavamo chiedere ad ogni autore di scrivere un articolo per immagine, la quale veniva scelta prima, partendo da zero. Non era apparentemente legata a qualcosa, viaggiava per i fatti suoi. Perciò, nel risultato, si otteneva un racconto nato da un’immagine.

(M. S.) Citando un suo libro, qual è la sua modesta proposta per il terzo millennio?
(Gino di Maggio, Modesta Proposta per il Terzo Millennio, ed. Fondazione Mudima, 2013)

(G. M.) La mia modesta proposta non riguarda solo l’arte, anche se l’arte c’entra sempre.
Negli ultimi anni mi sono occupato della società umana, di economia. Trovo interessante documentarmi in certi settori e nella mia vita ho fatto ventimila cose perché, come sappiamo, la vita umana è costellata da un sacco di cose.
Per questo bisogna cercare di capire la situazione in cui ti trovi. Io credo di averne capito abbastanza, per merito di tre filoni culturali che ho approfondito da ragazzino.
All’inizio, da ragazzo, studiavo filosofia. Quindi leggevo Platone, e da lui sono giunto a Socrate e così alla dialettica: di fatto ho abituato il mio cervello a pensare, ma non capivo ancora ciò che mi circondava.
Più tardi, attraverso la mia partecipazione al Partito Comunista, ho scoperto Karl Marx, Friedrich Engels, Lenin, e così via, altri intellettuali e scrittori.
Quindi con Platone ho cominciato a pensare, con Marx a capire, ma non bastava.
Successivamente ho scoperto l’arte, dalle avanguardie al surrealismo, Fluxus, eccetera. E da lì ho imparato a comportarmi.
Queste tre cose insieme mi permettono, dal mio punto di vista, di fare una lettura critica abbastanza efficace per capire la realtà.

Questo mio libro tratta l’analisi della crisi finanziaria che ha investito il mondo nel 2008: teoricamente non c’entra con l’arte, ma c’entra per quello che ti ho appena spiegato. Indico quindi le ragioni vere della crisi e gli sbocchi che la crisi avrebbe potuto avere.
Il titolo è volutamente modesto, ma in qualche modo è solidissimo. Non me l’ha contestato nessuno. In ogni caso ho dato la mia visione delle cose, e a questo sono seguiti altri libri, continuando “fuori” dal percorso dell’arte.

Come diceva Robert Filliou: “Arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte”.
Un paradosso che mostra la vita – o l’arte? – in tutta la sua intensità.

Daniele Lombardi. Ascoltare con gli occhi, Fondazione Mudima, 2018.

A cura di Martina Salerno
Fondazione Mudima, Milano, 22 Ottobre 2018

Mostra “Ascoltare con gli occhi” su Daniele Lombardi:
Dal 18 Ottobre 2018 al 16 Novembre 2018, Fondazione Mudima


PHOTO CREDITS

Copertina e fotografie delle opere e degli spazi, courtesy: Fondazione Mudima

Copertina di alfabeta disegnata da Wolf Vostell, courtesy: Gino di Maggio

Video di Travelling (in)to Fluxus: dal sito http://www.travellingintofluxus.com/

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