Con la nuova mostra Lament Of The Images torna a Milano l’arte attuale quanto impegnata di Alfredo Jaar. Presentata ora dalla Galleria Lia Rumma, è la terza fase di un ciclo di installazioni, precedentemente tenute alla fondazione Hangar Bicocca (It is Difficult, 2008) e per le strade della città (Question, Question, 2008).

Alfredo Jaar mette anche questa volta in discussione il diffuso e malsano stile di vita della nostra civiltà, alimentata da un flusso continuo di immagini e informazioni-spazzatura, da noi moltiplicate e consumate come prodotti, ogni minuto. Una corsa al tempo della società che l’artista cerca di fermare con un’etica intelligente, che domanda a noi fruitori se conserviamo ancora un’identità o dei valori forti, e che chiede a se stesso e agli altri se il compito della cultura si sia in qualche modo disperso o dimenticato.
Domande esistenziali sempre aperte, che Jaar lancia e traccia in modo minimale, adottando processi di sottrazione ed eliminazione della forma, pur serbando un nucleo forte che nell’immediato scuote e propone riflessioni.

La mostra si dispiega in ogni piano della galleria, verso un crescente annullamento dell’immagine.
Percorrendola dal piano terra, colpisce subito la prima installazione, una scritta al neon tratta dal De Consolatione ad Marciam di Seneca: “WHAT NEED IS THERE TO WEEP OVER PARTS OF LIFE? THE WHOLE OF IT CALLS FOR TEARS” (Che bisogno c’è di piangere momenti della vita? La vita intera è degna di pianto).
Le lettere sono sparpagliate come tante gocce d’acqua o, alludendo al testo, come tante lacrime, e sono l’unica fonte di luce di tutto il piano, che in più colorano il vapore acqueo e l’aria della sala di un rosso intenso e avvolgente.
L’opera fa parte di un nuovo progetto poetico di Jaar costruito appositamente per la città di Milano, anticipatoria del prossimo lavoro per ArtLine, il Parco di Sculture di City Life, curato da Roberto Pinto: un grande cubo con una vetrata rossa, attraverso la quale il visitatore può osservare la città “filtrata” da questo colore. Per l’artista, una visione nostalgica ed un omaggio alla sinistra italiana che sta scomparendo.

Il percorso ci conduce al piano successivo, dove troviamo l’opera maestra che dà il titolo all’esposizione: Lament Of The Images, installazione cinetica costituita esclusivamente da due grandi tavoli luminosi, adibiti abitualmente alla visione di negativi fotografici.
Capovolti l’uno sull’altro, è il loro allontanamento a rivelarne il senso. Dal bagliore luminescente emesso dal loro distanziamento graduale, viene reso evidente che sul tavolo alla base non sono presenti fotografie.
Privando l’apparecchio fotografico della sua materia prima, Jaar lo dissocia dalla sua funzione fondamentale, e non ha più nulla da mostrare: si concretizza in questo senso una sorta di “tabula rasa” dell’immagine, come monito e denuncia all’eccesso di informazioni visive, che non generano altro che improduttività ed intorpidimento intellettivo.


Si arriva infine alla stanza allestita come tradizionale white cube con il progetto Shadows (2014): è parte della trilogia iniziata con The Sound of Silence, esposta nel 2008 all’Hangar Bicocca a Milano, in cui Jaar inizia ad investigare sul potere delle immagini iconiche.
In questo spazio attraversiamo un corridoio buio percorso da una serie di lightbox con fotografie documentarie scelte da Jaar e scattate dal fotoreporter olandese Koen Wessing in Nicaragua nel 1978. Queste documentano un reale fatto di cronaca attorno al momento della morte di un contadino, ucciso per mano dei soldati della Guardia Nazionale del regime di Somoza, durante la guerra civile. Il fotografo si focalizza sull’aspetto personale ed emotivo del nucleo familiare in lutto, cogliendone l’afflizione e rivelando l’insensatezza dell’evento.
Jaar punta di fatto a spostare il centro dell’attenzione al singolo, piuttosto che situarlo, in maniera più usuale nella fotografia di reportage, nel suo contesto socio-storico: solo in questo modo rimuove la tipica distanza tra cronaca internazionale e pubblico, distanza che spesso permette di inquadrare come freddi dati statistici situazioni apparentemente isolate e lontane da noi, ma che si rivelano di importanza politica mondiale e che, empaticamente, avvicinano tutti gli esseri umani.

La stanza seguente è occupata da uno schermo su cui è proiettata una sola fotografia: sono ritratte le figlie del contadino, colte nel momento che segue la notizia dell’accaduto.
La loro gestualità enfatica è qui l’elemento principale: vediamo i due corpi trasfigurarsi, sottrarsi in sagome, silhouette gradualmente svuotate di connotati. Ciò che rimane è l’icona della disperazione, che richiama una figura quasi teatrale, dal gusto mitologico. Lo stesso Koen Wessing affermò: “questa è una tragedia greca”.
Le figlie del contadino, in queste sembianze primigenie, si potrebbero infatti identificare in figure drammatiche di opere classiche, e lo spettatore viene lasciato muoversi tra il proprio periodo storico e l’antichità.

L’immagine, descritta da Jaar come “la più forte espressione di dolore” che abbia mai visto, si trasforma man mano in una forte luce LED che, verso la brusca fine della proiezione, si imprime nel nostro occhio per qualche secondo: è così che l’artista vuole offrirci un’immagine finalmente vera, privata di elementi futili e decorativi, ed il cui messaggio, attraverso un simbolo-icona, sia impresso nella memoria.
Analizzando a ritroso il processo produttivo di quest’opera, Jaar tiene conto del pensiero sul primato delle ombre di William Kentridge e Nalini Malani: essi sostengono che le ombre – come in un test di Rorschach – costringono lo spettatore ad entrare nell’immagine, completandola poi nella sua immaginazione.
Realizza quindi lo stesso esperimento, ma con un adattamento differente: l’immagine a grandezza naturale delle figlie in lutto si trasforma in uno stampo isolato e riempito da un bianco caldo. Una luce accecante, che a posteriori si imprime sia sulla nostra retina che nel nostro inconscio.

In un’epoca in cui si pensa che le fotografie abbiano perso il loro impatto, l’argomentazione di Roland Barthes in La Camera Chiara (1980) sulle “foto shock” risuona il caso dell’artista:

“Il punctum della fotografia è quella fatalità che, in essa, mi punge (ma anche mi ferisce, mi ghermisce). […] Lo <<shock>> fotografico (che è una cosa ben diversa dal puctum), consiste non tanto nel traumatizzare, quanto piuttosto nel rivelare ciò che era così ben nascosto, ciò che l’autore stesso ignorava o di cui non era consapevole. Ne consegue tutta una gamma di <<sorprese>> […].”

– Roland Barthes, La Camera Chiara, 1980

Nel citato scritto, Barthes prende di frequente in esame le fotografie di Wessing, stilando così una serie di dinamiche visive che operano e coesistono tra osservatore, fotografia e autore. Tra gli altri, mette in questione il concetto di studium, termine che vale a dire “cultura” come contratto stipulato tra i creatori e i consumatori, rispecchiando in questa relazione l’intento dell’autore stesso nello scaturire al pubblico varie reazioni per mezzo dell’immagine.
Ma il principio fondamentale di tutte le sue fotografie non sta semplicemente in questo rapporto vis-à-vis: esso esiste in quanto catalizzatore dello “shock” innescato da un gesto essenziale e perfetto, catturato quest’ultimo nel momento di massima espressione ed all’insaputa del soggetto fotografato.

Aggiunge Alfredo Jaar, che è esclusivamente per principi umanitari che il ruolo dell’estetica deve assumere la sua forma più militante.
Tenendo conto che l’essere umano, in quanto senziente e biologicamente conscio di informazioni basilari quali il colore e la forma, non possa fare a meno di comunicare per mezzo di idee ed astrazioni legate ad immagini, bisogna far sì che le regole estetiche si muovano verso cause stringenti e legate alla situazione sociale in cui stiamo vivendo.
Un’operazione che, sottolinea l’artista, non è da intendere come attività di protesta di per sé, ma come nodo in cui si definisce il pensiero. Jaar è consapevole del fatto che le persone (e pure il mondo dell’arte) siano stanche di “battersi” per le ingiustizie, e proprio per questo la sua ricerca sull’immagine si trasforma – quasi con un controsenso – in un percorso di annullamento, offrendo quindi a tutti uno spunto di riflessione attraverso un forte impatto sensoriale.

Mostra: Alfredo Jaar, Lament Of The Images, 2018, Lia Rumma, Milan


Focus on: Alfredo Jaar © Vogue Italia


di Martina Salerno.

PHOTO CREDITS

Cover: Alfredo Jaar, Shadows, Lia Rumma, Milan 2018
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Alfredo Jaar, WHAT NEED IS THERE TO WEEP OVER PARTS OF LIFE? THE WHOLE OF IT CALLS FOR TEARS, 2018, Lia Rumma, Milan, 2018. Red Neon, 474x600cm
1. Credits Photo © Lia Rumma
2. Deskgram
3. Deskgram

Alfredo Jaar, Lament Of The Images, 2002
Two aluminum tables, glass, perspex LED lights and motor, 419,1x249x122 cm
Lia Rumma, Milan, 2018 
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Alfredo Jaar, Shadows (2014), photo © Koen Wessing, Nicaragua, 1978: Pinterest
Alfredo Jaar, Shadows (2014), photo © Koen Wessing, Nicaragua, 1979:Pinterest
Alfredo Jaar, Shadows (2014), photo © Koen Wessing, Nicaragua, 1979: Pinterest

Alfredo Jaar, Shadows (2014). Installation with LED lights, aluminum, video projection, 116 × 174″.  Original photograph by © Koen Wessing (1942-2011): Esteli, Nicaragua, September 1978.
The collection and copyright of Koen Wessing is administered by the Nederlands Fotomuseum, Rotterdam
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