Biografia

Gianluca Ranzi è un critico d’arte e curatore nato a Milano nel 1968.

Gli esordi nel capoluogo meneghino si ricercano dal 1996, quando collabora con la Fondazione Mudima divenendone direttore artistico due anni più tardi. Nel frattempo si occupa anche della retrospettiva di Piero Manzoni a Palazzo Reale e nel 1998 cura la mostra di César, sempre alla Fondazione Mudima.

Qui continuerà con le mostre personali di Marcel Duchamp, Allan Kaprow, Daniel Spoerri, Ben Patterson, Öyvind Fahlström. Nel 2000, presso Fondazione Mudima e Galleria Mudima2 organizza la retrospettiva di Jean-Michel Basquiat e nello stesso anno cura le mostre di Valérie Favre e Meret Oppenheim.

Parallelamente, al MACRO di Roma si occupa la sezione storica di Happening e Fluxus nella mostra “Le Tribù dell’arte”, curata da Achille Bonito Oliva. Nel 2001 soggiorna per sei mesi a Berlino e nell’ottobre propone a Milano la mostra “Malkunst”, sponsorizzata dal Goethe Institut e dalla Provincia di Milano.

Dal 2002 al 2004 dirige lo spazio M2-Berlino con l’obiettivo di promuovere uno scambio culturale tra giovani artisti tedeschi e italiani.

Si sposta poi ad Anversa, dove dal 2004 al 2009 dirige lo spazio M3, curando le mostre di Zhang Xiaogang (2004), Robert Mapplethorpe, Sadamasa Morimura, Nobuyoshi Araki (2005), Gordon Matta-Clark (2004), Nan Goldin (2006), Oleg Kulik (2007), Daniel Spoerri (2006), Yoko Ono (2006), Troy Williams (2007) Urs Luthi (2008), Nam June Paik (2008), Michelangelo Pistoletto (2008), Renato Mambor (2009), Alfredo Rapetti (2009, 2010).

Dal 2007 al 2010 è curatore esecutivo della sezione arti visive con Achille Bonito Oliva al Festival di Ravello, che si articola in quattro mostre tematiche incentrate su interventi site-specific di alcuni dei principali artisti contemporanei: Michelangelo Pistoletto, Hermann Nitsch, Elmgreen & Dragset, Carol Rama, Enzo Cucchi, Yoko Ono, Georges Adeagbo. Per la 53. Biennale di Venezia ha curato la mostra di Alessandro Verdi e collaborato a quella di Kim Minjung, mentre per il Padiglione siriano ha curato l’esposizione di Franca Pisani.

Nel 2010-12 è curatore del progetto Fluxus Biennial per l’Auditorium-Parco della Musica di Roma, dopodiché cura svariate mostre: Jean Toche alla Fondazione Mudima; Jessica Ballenger alla galleria Dagmar De Pooter di Anversa; Alberto Burri alla galleria Modenarte di Modena; Renato Mambor nella sede centrale delle Poste Italiane a Milano.

Sempre nel 2010 cura la mostra su Wolf Vostell alla Fondazione Mudima con il patrocinio del Goethe Institut di Milano, e inaugura “The collective eye” presso lo spazio comunale dell’Arco Amoroso ad Ancona e la mostra “La follia dell’arte” per il Ravello Festival. Cura inoltre il progetto “Attraversamenti” per la Provincia di Palermo a Palazzo Sant’Elia.

Il 2011 prevede un progetto di scultura monumentale per Biennale di Venezia; una mostra di Piero Pizzi Cannella per il Museo d’Arte Contemporanea di Saint Etienne; una mostra di Nam June Paik e una di Robert Filliou per l’Auditorium-Parco della Musica di Roma; un’antologica sull’arte italiana degli anni Cinquanta per il Museo d’Arte Contemporanea di Shangai.

Siamo nel 2012: qui abbiamo una mostra di Renato Mambor, questa volta per la Halle Am Wasser @ Hamburger Bahnhof a Berlino; una personale di Kim Minjung per il MACRO di Roma; la mostra "Artenatura" per il comune di Castell’Arquato e la collettiva “Liberi tutti!” in occasione del trentennale della Fattoria di Celle-Collezione Gori presso gli spazi comunali degli Ex-Macelli di Prato.

Inoltre cura per il comune di Como, presso gli spazi del Broletto, una mostra sul Razionalismo comasco in architettura e collabora alla mostra “Addio anni ‘70” a Palazzo Reale a Milano (con Daniel Spoerri, Nanni Balestrini, John Cage).

Sempre per Palazzo Reale cura, insieme a Stefania Morellato, la mostra di Susan Philipsz, vincitrice del Turner Prize 2011.

Dello stesso anno, le mostre personali di Alessandro Verdi e Franca Pisani presso la Halle Am Wasser @ Hamburger Bahnhof di Berlino.

Nel 2013 cura la programmazione di IFD - Gallery Research (nuovo spazio milanese per l’arte contemporanea); a New York presso White Box Contemporary Art organizza la mostra di Gastone Biggi e per la Fondazione Mudima realizza un documentario di interviste con gli artisti Fluxus dal titolo “In viaggio con Fluxus”.

Nel 2014 coordina il progetto di Daniel Spoerri “Il Bistrot di Santa Marta” presso la Fondazione Mudima.

a curato la partecipazione di Daniel Spoerri (Padiglione svizzero) e di Wolf Vostell (Padiglione Caritas) a ExpoMilano 2015. Sempre per ExpoMilano 2015 mette a punto “Arte Milano”, che riunisce cinque gallerie (Lorenzelli Arte, Galleria Milano, Studio Giangaleazzo Visconti, Tonelli/Studio La Città, Galleria Blu) e due fondazioni (Fondazione Marconi e Fondazione Mudima) intorno a un progetto editoriale ed espositivo durante tutto il periodo di Expo.

Dal 2011 collabora con Umberto Eco e Nanni Balestrini alla rivista mensile “Alfabeta2”, su cui ha pubblicato diversi articoli e interviste ad artisti, ultimo dei quali un articolo sul Padiglione danese alla 56. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia.

Nel 2016 ha coordinato un progetto su Fausto Melotti e sull’Arte Povera per il Museo d’Arte Contemporanea di Osaka in Giappone e ha fatto parte dei curatori invitati da Gillo Dorfles e Aldo Colonetti per la mostra “La logica dell’Approssimazione” alla Triennale di Milano.

Dal 2017 al 2019 ha curato per la galleria MAAB di Milano le mostre di Susanne Kutter, Jirí Kolàr, Diamante Faraldo, Bruno Munari, Ugo La Pietra, Antonio Calderara, Nahum Tevet, Arman, Mauro Staccioli, Marco Tirelli, Axel Lieber, Nanni Balestrini.

Nel 2018-19, per il progetto “Banca Mediolanum per l’arte” ha organizzato un ciclo di conferenze a più voci su Alberto Biasi (con Marco Meneguzzo), su Jannis Kounellis e sul rapporto tra arte e natura e arte e tecnologia.

Nel 2019 realizza la mostra di Eric Andersen “It could be nice” presso la Fondazione Mudima, con un programma di un mese di performance e concerti Fluxus, e cura le mostre di Alik Cavaliere, Lev Khesin, Pino Spagnulo, Donald Martiny, Jorrit Tornquist, Jean Triffez e Franz Ringel. Vive e lavora tra Milano, Berlino e Anversa.

(Martina Salerno) La sua biografia denota indubbiamente una carriera ricchissima.
Ma dal suo punto di vista, cosa selezionerebbe in una sua presentazione personale?
(Gianluca Ranzi) Ho avuto una formazione specifica sulle esperienze di Happening e Fluxus, grazie al lavoro svolto con Gino Di Maggio alla Fondazione Mudima a partire dal 1996. I contatti diretti con questi artisti, i tanti progetti pensati, realizzati e non, le molte occasioni di frequentazione che sono poi sfociate nel docufilm “Travelling in(to) Fluxus” del 2014, con la regia di Irene Di Maggio, hanno inevitabilmente orientato le mie scelte espositive, anche nella ricerca dei giovani artisti.
Inoltre l’attitudine interdisciplinare e transculturale di Achille Bonito Oliva, con cui ho realizzato tante mostre, mi ha formato nella convinzione che nell’interazione culturale e nella mescla, per usare un termine amato da Borges, di stratificazioni, di influenze e di giustapposizioni operate dagli artisti, sta la profondità e il senso dell’arte.
Penso a quanto mi hanno insegnato artisti storici come Allan Kaprow, Nam June Paik, Yoko Ono, Yayoi Kusama, John Cage, Wolf Vostell, Walter Marchetti, Nanni Balestrini e, tra quelli più giovani Danh Vo, Susan Philipsz, Nairy Baghramian, Diamante Faraldo, Rinus Van De Velde, Alterazioni Video e tanti altri. Con loro l’arte assume i confini mobili di un continuo passaggio di stato, mai fissato una volta per tutte, un peregrinare geografico e temporale tra errore (la capacità di rischiare continuamente nel dubbio) ed errare. Ci si augura soltanto, come fa Kavafis nella sua Itaca, che il viaggio sia lungo.

(M. S.) Il mondo dell’arte nello specifico è spesso definito “difficile”, “insidioso”, per il fatto che sia abbastanza arduo, se non impossibile, puntare ad un’ascesa professionale nel campo. È davvero così? Cos’ha notato in merito?
(G. R.) Il sistema dell’arte oggi è estremamente sfaccettato, la sua complessità dipende anche dal fatto che esso contempla competenze e posizioni molto diverse. Comporta due caratteristiche a mio modo di vedere imprescindibili: da una parte un affondo in profondità richiesto a ciascuno, sia esso artista, curatore e critico, operatore culturale o gallerista, dall’altra una visione complessiva che non deve mai mancare, col rischio altrimenti di avere a che fare con dei tronconi, dei segmenti acefali che non riescono a comunicare tra loro e a manifestare una visione del mondo. La differenza tra tante operazioni mediatiche oggi in voga e l’arte sta anche in questo. E poi c’è l’abbaglio insidioso di una iper-tecnologizzazione che ottunde la ricerca individuale e più profonda, il mercato della tecnica è un’illusione pericolosa, soprattutto per un artista, col rischio di diventare solo un mero funzionario dei suoi stessi apparati, in preda non più del suo demone ma di quello dell’efficienza e della produttività.

(M. S.) Il lavoro che ricopre è molto trasversale: essendo critico d’arte e curatore si ritrova spesso a spaziare tra vari impegni. Ma, oltre a variare nel ruolo, tende a saltare tra generi o da un artista all’altro: cito ad esempio Fluxus, Mono-Ha, Happening e Gutai, César, Carsten Nicolai, Gordon Matta-Clark, Danh Vo. Vi è una specie di collegamento tra loro, o piuttosto si tiene aperte infinite possibilità?
(G. R.) Il ventaglio delle possibilità dev’essere il più ampio possibile, è un modo di restare aperti al mondo e per il mondo, ma ciò che mi ha guidato attraverso estetiche tanto diverse è stata spesso la considerazione di quanto il loro lavoro fosse un’urgenza imprescindibile per gli artisti stessi, una forma di impossibilità a fare altro che apre a infinite possibilità, per usare le parole della sua domanda. Come diceva Robert Filliou “l’arte è quella cosa che rende la vita più interessante dell’arte”, l’orizzonte ultimo dev’essere la vita, la ricerca del senso (che può comprendere anche il non-senso) che possiamo leggere nel nostro agire nel mondo.

(M. S.) Cosa la colpisce valutando il portfolio di un artista emergente? Mentre – se può svelarci il segreto – cosa penalizza secondo lei un portfolio rispetto ad un altro?
(G. R.) Non è un segreto, anzi, sono spesso io a dar qualche consiglio agli artisti che mi presentano il loro portfolio. In genere vorrei che un artista mi stupisse; su come lo faccia, sta a lui e al lavoro di cui è capace. Un lavoro spaesante rispetto a certezze e gusti consolidati, arguto e demistificatorio, desta subito la mia attenzione; tecniche, media e materiali non sono importanti, anche se ci dev’essere un’aderenza e un nesso tra forma e contenuto, non può essere una relazione lasciata al caso o, peggio che mai, alle mode del momento .

(M. S.) Di recente è scomparso il poeta e artista Nanni Balestrini: che tipo di rapporto aveva con lui? Lo stava seguendo nell’ultimo periodo?
(G. R.) Avevamo molti progetti ancora da realizzare, Nanni è stata una presenza forte e molto significativa, mi univa a lui un affetto che andava al di là del rapporto professionale critico/artista. Tra le ultime mostre fatte insieme ricordo: “Periscope” alla MAAB Gallery nel 2018 e “Ottobre Rosso” alla Fondazione Mudima nel 2017. Balestrini ricombinava immagini e parole in nuovi composizioni, rimescolando il serbatoio dell’arte e delle idee contro ogni forma d’inerzia e di asfissia. Se l’ideologia è il cimitero in cui vanno a morire le idee, Balestrini riportava le idee in primo piano, non più ammiccando all’utopia di una società in cui tutti siano uguali in tutto, ma rivendicando quell’esigenza insopprimibile a rendere più uguali i diseguali.

(M. S.) Attualmente è dedito a una ricerca che si affaccia all’oriente: cosa troveremo alla mostra “Il Gesto dell’Oriente. Cinque voci dell’Avanguardia coreana”, che – visto l’improvviso blocco per il Covid-19 – si terrà questo autunno alla Dep Art Gallery di Milano?
(G. R.) E’ una mostra curiosa perché indaga le Neoavanguardie coreane degli anni settanta e ottanta attraverso cinque protagonisti della ricerca pittorica di quel paese. Lee Ufan, con cui lavoro da una ventina d’anni, è naturalmente uno di questi, ma l’indagine si è allargata a comprendere anche artisti di generazioni successive, come Lee Bae. E’ una mostra rarefatta e preziosa che mostra un’idea di pittura vicino all’evento, all’accadere naturale, non come rappresentazione ma presentazione di forze e controforze, metamorfosi e trasformazione.

(M. S.) C’è un terreno in particolare che vorrebbe sondare? Ha piani per il futuro?
(G. R.) Vorrei dedicarmi di più alla scrittura, questa pausa forzata dai viaggi di lavoro mi ha fatto capire quanto una buona parte di ciò che sembrava indispensabile in realtà non lo sia. Il segreto è dare nuove forme alle abitudini di prima, cogliendo al balzo le opportunità che anche una situazione mondiale come questa può mettere in circolo. Sto lavorando alla messa a punto di una nuova piattaforma espositiva che sia anche residenza per artisti oltre che spazio per mostre e attività didattiche. Ci si dovrà muovere sempre di più con il pensiero, e non tanto nel senso della I.A. (Intelligenza Artificiale), ma rispetto a quell’idea espressa da Francis Picabia quando diceva che la nostra testa è rotonda per permettere ai pensieri di cambiare direzione. Alla stasi del nazionalismo io oppongo da sempre l’avventura della deterritorializzazione.

La nostra testa è rotonda per permettere ai pensieri di cambiare direzione
– Francis Picabia

10/05/2020 – online
Intervista a Gianluca Ranzi
di Martina Salerno


PHOTO CREDITS

Copertina: Gianluca Ranzi con l’artista Alessandro Verdi
exibart.com
Veduta parziale della mostra Mono-ha, Fondazione Mudima, 2015. Foto di Fabio Mantegna
darsmagazine.it
Veduta parziale della mostra Win Back, Diamante Faraldo, 2016-17 @ MAAB GALLERY, Milano
artsy.net
Nanni Balestrini, dalla serie ‘Periscope’, 2016 @ MAAB GALLERY, Milano
pinterest.it
Il Gesto dell’Oriente. Cinque voci dell’Avanguardia coreana @ DEP ART GALLERY, Milano
exibart.net
Veduta parziale della mostra Vogliamo Tutto, 2017 @ Fondazione Mudima, Milano. Foto di Fabio Mantegna
Collezione da Tiffany
Renato Mambor, opera: “L’arte è come l’ombra”, 2002. (Legno laccato, base 185 x 159 cm., sagoma 169×150 cm.)
Mostra «Fili», Halle am Wasser @ Hamburger Bahnhof, Berlino, Marzo 2012. Courtesy Artime, Milano e Arteinvestimenti. Foto di Nick Ash

alfabeta2.it
Veduta parziale della mostra Il Gesto dell’Oriente. Cinque voci dell’Avanguardia coreana @ DEP ART GALLERY, Milano
depart.it

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