Valeria Magli: un nome assai poco noto per le giovani generazioni, ma di grande importanza per la sua originale ricerca iniziata negli anni ’80 tra danza e poesia.

Performer e coreografa, Magli ha lavorato a contatto con i grandi maestri del Novecento e, definita “la musa dei poeti”, ha dato vita a spettacoli visionari echeggianti l’estetica di Duchamp e dei Surrealisti. Viene riconosciuta soprattutto per aver dato origine alla poesia ballerina, un genere particolarissimo che unisce danza e poesie celebri, accompagnate dalle scenografie più varie. La sua instancabile originalità e la sua ricca poetica le sono valse, nel 2004, l’onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Dal 2014 cura il riallestimento del repertorio per giovani interpreti.



(Martina Salerno) Partiamo dalle fondamenta, nonché dalla sua formazione: quanto la filosofia ha influenzato la sua produzione artistica? 

(Valeria Magli) La filosofia ha influenzato moltissimo le mie opere, tanto che il mio sogno era quello di mettere in scena, dopo la poesia, la filosofia. Sono riuscita a farlo a Parigi, nel 1986, con Il Bagno di Diana, dal saggio filosofico di Pierre Klossowski. Lo spettacolo inizia proprio con la voce di Klossowski che legge l’inizio del suo racconto. Lui stesso ha assistito alle prove, dando molti consigli “tecnici”. In particolare, facendomi aggiungere nell’opera la scena incentrata sulla figura del démon intermédiaire.

(M. S.) Sono presenti dei concetti chiave o ricorrenti nelle sue opere?

(V. M.) Grazie a voi giovani che ve ne state occupando, posso dire che il mio lavoro lo sto scoprendo ora. Dalla mia generazione, non è mai stato analizzato in senso teorico. E’ difficile per un artista analizzare il proprio lavoro.
In generale, non direi che ci sono concetti chiave, perché questi differiscono in base alle diverse opere, che si sviluppano in due filoni principali: la poesia ballerina ed il teatrodanza al femminile.

(M. S.) La “poesia ballerina” è quindi ispirata a generi preesistenti, in una mescolanza di riferimenti artistici, oppure è nata in modo del tutto originale?

(V. M.) Il nome, in realtà, è nato quasi casualmente, per esigenze organizzative.
Poesia ballerina appare nei primi anni ‘80, al teatro di Porta Romana a Milano (ormai chiuso), dove è stata organizzata un’antologica in tre serate di miei spettacoli: Richmond, Milleuna e Papier. Occorreva trovare un nome che li raggruppasse tutti, e così intitolai il tutto Poesia ballerina, che è diventato il nome di tutta la mia ricerca, molto particolare perché unisce il movimento del corpo con la voce.

(M.S.) Tornando alle origini: ci racconta delle sue amicizie nella cerchia degli intellettuali italiani, dove appaiono importanti i suoi cosiddetti “fratelli maggiori”?

(V.M.) Se da giovane ascolti chi ha più esperienza di te, questo può darti una certa apertura mentale. Secondo me, occorre cercare di sommare il proprio bagaglio con quello di chi davvero può insegnarti qualcosa: si tratta anche in questo caso di compiere delle scelte per costruirsi il proprio percorso. Quella dei vent’anni è un’età in cui non ci si rende conto, ma si decidono le premesse della propria vita futura (e senza mettervi in paranoia, ora vi dico solo: state concentrate su voi stesse).

Per tornare alle origini, tutto è partito da uno scambio di regali. Quando mi trovavo a Roma per studiare danza moderna alla scuola di Elsa Piperno, ero ospite di Nanni Balestrini (poeta) e Letizia Paolozzi (giornalista). Per il mio compleanno, Balestrini mi regalò la poesia intitolata “Paesaggio con giunchi attraversato dalla signorina Richmond”.
Per ricambiare il gesto dunque, al suo seguente compleanno gli avevo messo in scena una pièce a sorpresa in cui recitavo e danzavo il suo testo poetico: ed ecco salire sul palco la famosa Signorina Richmond. E’ da lì che ho iniziato a frequentare l’ambiente della poesia.

Personalmente ho una formazione molto classica e umanistica e, senza dubbio, il fatto di conoscere un mondo diverso e fuori dai programmi scolastici è stato come conseguire un “master in attualità”, potendo conoscere e quindi vivere dall’interno la cultura a me contemporanea degli anni ’70-’80.
Sempre per aver lavorato insieme su un testo di Balestrini, ho potuto conoscere Demetrio Stratos, amico di Gianni Sassi (fondatore di Cramps Records), con cui ero fidanzata all’epoca. Purtroppo Stratos l’ho frequentato per poco tempo.

(M.S.) E in quanto ai grandi artisti stranieri che ha conosciuto? Cito Merce Cunningham, John Cage, Pierre Klossowski, Étienne Decroux…

(V.M.) Ognuno di loro ha indubbiamente arricchito il mio lavoro e, soprattutto, mi ha fatto comprendere la generosità verso i giovani (quale ero io allora): generosità di tempo, di consigli e attenzioni che tutti loro – grandi maestri – hanno dimostrato.

(M.S.) Dal teatrodanza all’arte performativa: come nasce l’opera Pink Loïe?

(V.M.) Pink Loïe è una performance sul continuo tourbillon della vita.
Sul mantello della performer, e sullo schermo alle sue spalle, sono proiettate immagini che seguono un ritmo basato sulle fasi della vita: le movenze iniziali, così frizzanti e vivaci, si consumano gradualmente, giungendo verso l’idea di un ritiro, di un abbandono dell’esistenza. Il divenire, o il “panta rèi”, è rappresentato metaforicamente in quel movimento vorticoso di tulle finissimo, che man mano si affievolisce in una malinconica idea di evanescenza. La Pink Loïe gira continuamente ma si “imbozzolisce”. Non è come la Loïe Fuller che, roteando, si apre: lei si chiude, finisce in uno spazio stellato.

(M.S.) Qual è il suo punto di vista sul teatro di oggi?

(V.M.) Penso che il teatro si trovi oggi come in un loop, e così anche le altre forme di spettacolo che continuano a replicare tanto il passato, mentre poco si fa sul presente. Pensiamo per esempio al melodramma ottocentesco, rispetto alle opere dei giovani compositori. Forse un altro problema è che oggi la teoria sembra essersi scollata dalla pratica e, di conseguenza, vi è più tecnica che espressione studiata ed elaborata in modo personale. Questo è anche dovuto al fatto che lo spazio per la sperimentazione e la ricerca viene continuamente ristretto, e questo vale per tutto l’ambito artistico. Specialmente in questo settore, prima di sapere come ottenere un buon risultato, c’è bisogno di sviluppare una ricerca e di avere per sé uno spazio libero, creativo.
Prendo l’esempio di Pina Bausch: lei, grande talento, provava in un garage, ma aveva la scuola di Essen che le offriva i fondi, le condizioni per farlo, per poter iniziare un’attività, altrimenti molto probabilmente non avrebbe avuto il sostegno necessario per emergere.
Il teatro, sotto questo punto di vista, non è in una particolare fase di stallo rispetto all’arte visiva o alla musica. Si parla oggettivamente di uno schema ripetuto e poco innovativo, ovunque presente.

Ed anche riguardo ai contenuti di rappresentazioni di un qualsiasi teatro, senza voler fare appelli femministi, bisognerebbe ormai chiudere con le classiche trame di eroine che per qualsiasi causa finiscono in modi drammatici, morendo di stenti, perseguitate o assassinate. Quelli patetici, ormai, non sono gli spettacoli che vorremmo vedere, e quelle protagoniste, soprattutto, non rispecchiano il modo di essere donne oggi.

(M.S.) A proposito di appelli femministi, una sua opera in particolare affronta il tema della donna: Pupilla (1983), riallestita nel 2014 dal progetto Ric.Ci (Reconstruction Italian Contemporary Choreography). Cosa vuole suggerirci, esattamente?

(V.M.) Quando l’ho creata, ero anche io una “pupilla”, ed ero femminista.
Lo considero un punto d’inizio, ed al tempo stesso un punto di arrivo. Di inizio in quanto riguarda il femminile, e di arrivo perché con la poesia giungo ad una drammaturgia teatrale. Lo spettacolo infatti ha una narrazione: illustra il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza, per terminare alla soglia della maturità.

(M.S.) Rimanendo in tema, lei ha partecipato attivamente alle manifestazioni femministe del periodo, tanto da comparire, nel 1975, sulla copertina dell’album “Alle sorelle ritrovate” di Antonietta Laterza (edito da Cramps Records), diventando, con il gesto simbolico di lotta, il volto del movimento femminista italiano.

A cura di Martina Salerno
VAGA studio, Milano
16 Gennaio 2019


EXTRA

Pupilla, 1983: opera teatrale di Valeria Magli, riallestita nel 2014 dal progetto Ric.Ci (Reconstruction Italian Contemporary Choreography). Opera ambientata nella casa di una donna che, dopo aver dato una grande festa, rimane da sola e va a riposarsi: qui lo spettacolo si articola in modo onirico, come nel mezzo di una sorta di meditazione sulla sua vita. Inizialmente appaiono due maschere con la stessa faccia della protagonista: sono due volti, uno ilare e uno triste, che insieme formano l’emblema del carattere femminile.
Così, la protagonista si rivede nella sua infanzia, rivivendo i momenti allegri e spensierati, che però si trasformano, passando per l’adolescenza, in giochi morbosi, prendendo sempre più coscienza di un mondo più buio. Si arriva quindi al presente: la sua vita, concentrata nella modernità, è rappresentata tramite la donna-macchina di Max Ernst (The Preparation of Bone Glue, Max Ernst, 1921). Appare successivamente l’immagine femminile ispirata alla bambola Die Puppe di Hans Bellmer, incarnando il tipo di donna che vive in modo assai disinibito la propria sessualità. E’ uno specchio di un puro percorso politico al femminile.

Nei costumi, Valeria Magli ha preso come riferimento una fotografia di Man Ray del 1924, raffigurante la Comtesse de Beaumont, con l’abito disegnato da Valentine Hugo. I coniugi de Beaumont erano due nobili che usavano dare feste a tema, invitando numerosi personaggi del mondo artistico e culturale di quegli anni (quali Breton, Aragon, Erik Satie). In molte altre foto si possono vedere questi Bal masqué tenuti dai de Beaumont, con abiti stravaganti, disegnati da nomi importanti degli anni ’20.


PHOTO CREDITS

Copertina: Valeria Magli. Foto di © Mario Ventimiglia, courtesy Valeria Magli

Valeria Magli e Nanni Balestrini, L’Ombra delle Parole Rivista

Merce Cunningham, John Cage e Valeria Magli, Milano. Fotografia di Odile Pellissier – dal Catalogo Pupilla, Valeria Magli 1983>2014. Ric.Ci e Fondazione Milano Scuole Civiche

Valeria Magli, Pink Loïe, foto di © Mario Ventimiglia, 2013, valeriamagli.it

PHOTO CREDITS EXTRA

Valeria Magli, Pupilla, 1983. Ricostruzione spettacolo: Progetto Ric.Ci, (Reconstruction Italian Contemporary Choreography)  2014, con Dancehaus Company agon.news 

Max Ernst, The Preparation of Bone Glue, 1921, Pinterest

Valeria Magli, Pupilla, 1983. Progetto Ric.ci, 2014, con Dancehaus Company. Foto © Alberto Calcinai, Torino Danza Festival
Pinterest
Danza Effebi

Man Ray, La comtesse de Beaumont avec aux mains des marionettes en forme de tetes imaginées, 1924. Costume: Collection H. de Beaumont, Valentine Hugo, fawnvelveteen.tumblr.comValeria Magli,

Valeria Magli, Pupilla, 1983. dal Catalogo Pupilla, Valeria Magli 1983>2014. Ric.Ci © Fondazione Milano Scuole Civiche, 2014

Pupilla, 1983. Ricostruzione spettacolo Progetto Ric.ci, 2014, con Dancehaus Company Pinterest

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